[ Torna all'inizio della pagina ]
[ Torna all'inizio della pagina ]
[ Torna all'indice della sezione ]
[ Torna all'indice della sezione ]
[ Torna all'indice della sezione ]
[ Torna all'indice della sezione ]
[ Torna all'indice della sezione ]
[ Torna all'indice della sezione ]
N. A GHEMME IL
14 LUGLIO 1798, + in Torino il 18 ottobre 1888.
Alessandro Antonelli ebbe i
natali sul finire del secolo scorso nel Comune di Ghemme Novarese dal dottore
Costanzo che ivi teneva l'ufficio notarile e dalla signora Angiola Bozzi. Ma
la
famiglia Antonelli appartiene al vicino Comune di Maggiora dove venne a
stabilirsi da Roma all'epoca delle fazioni guelfe e ghibelline; ebbe in un tempo
la investitura feudale del luogo; diede parecchi uomini illustri nelle scienze e
nelle armi, tra i quali un cancelliere al Duca d'Este; fondò l'attuale Monte di
Pietà e legò sempre il suo nome a tutto quanto di più nobile, di più distinto
ebbe a compiersi in quella importante regione del Novarese.

Alessandro Antonelli
fu il secondogenito di una numerosa famiglia. Il primogenito Antonio era
avvocato, ma dovette presto abbandonare le belle prove fatte nel foro per
dedicarsi alla famiglia, rimasta troppo presto orfana di padre; e tra le
domestiche cure si occupò nondimeno intensamente di agricoltura, di enologia, di
ceramica, ed ottenne distinzioni per la produzione dei gres. Il terzogenito,
Ercole, fu medico - chirurgo primario nell'ospedale di Novara, dove è ancora
ricordato per la sua valentia nella parte operativa; un altro fratello,
Giovanni, era geometra; l'ultimo dei fratelli, l'avvocato Francesco, è ancora
esempio vivente dell'attività di mente e della fermezza di carattere,
tradizionali nella famiglia Antonelli.B">
Alessandro fu mandato a studiare ginnasio
e liceo in Milano; contemporaneamente prese a dedicarsi allo studio del disegno
nell'Accademia di Brera; in appresso si trasferì a Torino per gli studi
universitari. Quivi si dedicò in modo particolare a studiare disegno e
architettura nella scuola di Buonsignore, ma non trascurò gli altri rami
d'insegnamento e non mancò di fare buon fondamento di studi di matematica e di
meccanica. Nel collegio Caccia studiò privatamente la geometria descrittiva,
ramo di studio che introdotto nell'università sotto il regime Napoleonico, era
stato abbandonato in quell'epoca.
Laureatosi ingegnere architetto nel 1824, entrò negli uffici tecnici del Demanio e fu tosto destinato ai lavori per la costruzione del palazzo della Curia Massima.
E noto come, perduti i disegni del Juvara, si dovesse costruire il palazzo colla scorta di un modello in legno che si sapeva essere stato fatto all'epoca del Juvara medesimo o poco dopo. Fu precipuo compito dell'Antonelli di ricavare da questo modello i disegni di esecuzione e di condurre i lavori.
Poco tempo dopo era occupato a dirigere i
lavori della palazzina del dottor Porta ora Martini in fondo ai portici
Lamarmora in Torino.
Nel 1828, vinto il concorso per un posto governativo di
studi di perfezionamento nell'architettura, recatosi a Roma, e quivi alternò le
sue occupazioni tra lo studio dei monumenti antichi e la compilazione di
progetti di arte moderna; attirato dalla fama del prof. Sereni che professava
geometria descrittiva nell'Ateneo romano, ne frequentò le sue lezioni e si
approfondì in questo suo ramo prediletto di applicazioni della geometria;
contrasse personale conoscenza ed ebbe rapporti di amicizia con molti distinti
artisti italiani e stranieri che allora erano in Roma come lui per lo studio
dell'arte, e chiuse il periodo suo alunnato con un grandioso progetto che menò
molto rumore.
Questo progetto consisteva in una sistemazione della piazza Castello di Torino con la edificazione di una nuova cattedrale coll'asse longitudinale su quello dell'attuale armeria reale, la nuova metropolitana doveva avere da un fianco l'attuale piazzetta reale e dall'altro un altro piazzale da formarsi colla demolizione degli attuali fabbricati della prefettura e degli uffizi della provincia; e di fronte una grande piazza, forse la più grande d'Europa nel cuore di una città, essendoché aveva progettato di demolire il palazzo Madama, reimpiegando marmi della bellissima fronte del Juvara, e riproducendone il superbo scalone in un nuovo edificio destinato agli uffici del Governo da lui progettato nell'area del giardino reale. Altri edifici erano proposti nella parte inferiore del giardino stesso per le Pinacoteche, l'Accademia di Belle Arti ed i Musei. Tutto questo complesso di progetti l'Antonelli determinò e svolse in diversi disegni e prospettive che pubblicò in Milano, e gli fruttarono tosto di essere inscritto nell'albo delle Accademie di Bologna, di Firenze, di Milano, di Parma e di Torino.
Nel 1836 essendo stato nominato professore insegnante nell'Accademia Albertina di Belle Arti in Torino, fece omaggio al Corpo accademico degli originali del suo progetto di piazza Castello i quali furono depositati nell'archivio dell'accademia stessa. Quivi professò contemporaneamente architettura, ornato e prospettiva; ed ebbe ad allievi molti valenti artisti piemontesi, parecchi dei quali prima ancora dell'Antonelli mancati al culto dell'arte, ricordavano con singolare compiacenza di essere stati suoi allievi.
Nel 1843 Alessandro Antonelli sposò donna
Francesca Scaccabarozzi, di nobile famiglia cremonese e di nobilissimi
sentimenti, che gli fu sempre a fianco, angelo tutelare della sua lunga e
faticosa esistenza e ne raccolse l'ultimo respiro. Ebbe una figlia di tratti
delicati e gentili, che morte raccolse in età giovanile, quando per altro era
già divenuta la sua compagna nelle lunghe ore di studio ed anche un valido aiuto
nei conteggi e nelle scritturazioni. Lascia un figlio, l'ingegnere Costanzo, che
fin dal 1870, appena compiuti gli studii nell'Ateneo e nella Scuola del
Valentino in Torino, fu tosto aiuto e collaboratore in tutti i lavori del padre,
e che specialmente in questi ultimi anni dedicava tutte le sue forze e tutto il
suo tempo ad interpretare e tradurre in atto con devozione veramente esemplare
le idee e i desideri del padre.
Alessandro Antonelli fin dai primi anni in cui
prese a professare nell'Accademia Albertina ebbe commissioni in Torino e nel
Novarese e attese sempre intensamente allo esercizio della professione.
Nel 1857, in occasione di certe riforme fatte nell'insegnamento, abbandonò anche l'Accademia e si dedicò esclusivamente a estrinsecare i propri ideali architettonici nelle fabbriche o quanto meno nei progetti dei quali veniva sovente richiesto; l'amore che portava ai propri lavori era tale, che rifiutò non senza rammarico di accettare la proposta del Matteucci che lo voleva professore a Milano, quando era in fondazione quello Istituto tecnico superiore. I lavori ed i progetti dell'Antonelli meriterebbero tutti di essere accuratamente descritti e spiegati; ma in un cenno necrologico devo necessariamente restringermi ad una semplice enumerazione di quanto, a mia conoscenza, ebbe ad eseguire od a progettare.
Fabbriche eseguite in Torino
Progetti per Torino non eseguiti
Tra i progetti che Antonelli ebbe a compilare per Torino, ma che poi per un motivo o per l'altro rimasero ineseguiti, vanno ricordati i seguenti:
Fabbriche eseguite in Novara
Progetti per Novara non eseguiti
Lavori e progetti diversi
Ciò che ha guadagnato per
tempo la popolarità dell'Antonelli nel Novarese è il Santuario del Crocefisso,
tra le gole dei monti, in Comune di Boca poco lontano da Maggiora. Il primo
progetto di questo Santuario data dal 1830 quando Antonelli studiava in Roma - e
nel compilarlo e nello incominciare i lavori dovette coordinarlo ad alcuni
porticati che erano già eseguiti e che si vollero conservare. In origine si
doveva fare la chiesa con volta a botte di 17 metri di corda, sopra un sol
ordine di colonne interne, e i lati di un piazzale dovevano essere occupati da
due maniche per le foresterie, abitazioni ed oratori per il clero che si reca
sul luogo a compiere pii esercizi. Ma poi l'esiguità dei mezzi pecuniari,
raccolti tutti con le spontanee offerte in danari e di cose in natura che recano
i fedeli visitatori del Santuario, non permise mai i grandi lavori di
espropriazione e di sistemazione del suolo, deviazione del torrente e simili.
Ciò malgrado l'Antonelli seppe fare della chiesa ugualmente un monumento di
primo ordine che non la cede alla cupola di Novara e alla Mole di via
Montebello. Sovrappose all'ordine di colonne interne un altro ordine e portò la
gran volta a un'altezza considerevole fiancheggiandola con due gallerie che si
sovrappongono alle navi laterali. Nei rifianchi di estradosso del volto, e sopra
il volto stesso fece a due piani le foresterie e sopra di queste fece ancora un
oratorio ed altri locali ad uso del clero. Il tutto è eseguito, ma la
costruzione è ancora greggia, ora si attende alle colonne granitiche colossali
di un atrio ancora più colossale che deve formare l'anti-tempio.
L'ardore e
l'amore dei villeggiani per la integrazione di questo grandioso ardimento del
loro compatriota, sono cresciuti e crescono a misura che sorge gigante e si
avvicina al suo compimento: né vuolsi dimenticare che il progetto comprende pure
un adeguato campanile che colla sua altezza dovrà dominare i monti circonvicini.
Questo, che io sappia, per ordine di data, è l'ultimo progetto che fu richiesto all'Antonelli; tuttavia in questi ultimi anni, alternando le sue occupazioni tra il Santuario del Crocefisso di Boca, la cupola di San Gaudenzio e la Mole di Torino, andava col suo indomito ingegno accarezzando e svolgendo nuovi e ardimentosi ideali; ma più segnatamente erano due i progetti ai quali andava rivolgendo il suo pensiero, uno per la facciata da farsi al Duomo di Milano, e un altro un tempio-mausoleo ai Re d'Italia, da erigersi in Roma sul Monte Mario o sul Monte Cavi al luogo dell'antico tempio di Giove Laziale.
Ma la morte, che lo trovò ancora sulla breccia malgrado i suoi novant'anni troncò pure il filo a questi due progetti, sebbene del secondo e più grandioso rimangano delineata di sua mano e compiuta la pianta e incominciata l'altimetria. Se come insegnante e come architetto Antonelli ha lasciato grande traccia di sè, anche come cittadino la sua vita non passò inosservata.
Fino dal 1847 prese parte nel Comitato organizzatore del ricevimento di Carlo Alberto in Torino dopo la concessione delle riforme, e fu l'anima principale e l'architetto dell'arco di trionfo allora improvvisato in piazza Vittorio Emanuele, il quale arco era siffattamente piaciuto che da alcuni si sosteneva dovesse trasformarsi in un arco monumentale ad onore di Carlo Alberto. Fu deputato al Parlamento Subalpino, e quasi senza interruzione fino alla sua morte fece parte del Consiglio comunale di Torino. Fece parte di molte Commissioni governative e comunali, tra le quali quella del piano regolatore di Torino verso il 1859; nel 1862 a Firenze per il concorso del Palazzo di Belle Arti; nel 1880 in Torino per la nomina del professore di architettura e per la Scuola del Valentino.
Nel 1886
l'Accademia Romana di San Luca lo proclamava suo socio insieme a poche altre
illustrazioni architettoniche d'Europa.
In questi ultimi anni era pur stato
richiesto dal Municipio di Palermo per un parere sulla questione del teatro
Massimo.
Fu invitato dal ministro Zanardelli a prendere parte nella Commissione
per il Palazzo di Giustizia, ma l'Antonelli, per l'avanzata sua età, non poté
accettare tale incarico. Senza enumerare le dimostrazioni date all'Antonelli
durante la sua ultima malattia e dopo la sua morte dalle autorità e dalla
cittadinanza di Torino, di Novara, di Maggiora, di Ghemme, di Bellinzago, di
Oleggio e le testimonianze espresse dalle più distinte personalità dell'arte,
noterò che fin d'ora il Comune di Torino ha decretato una lapide commemorativa
da apporsi alla Mole; il Comune di Maggiora, dove furono tumulate le sue spoglie
mortali, sta per elevargli una statua e in Ghemme si è pure deliberata una
lapide a ricordare il luogo in cui nacque.
Quando le opere di Antonelli saranno
disegnate e più universalmente conosciute offriranno motivi a non pochi studi e
riflessioni, e forse ciò contribuirà a rettificare non pochi giudizi emessi sul
suo conto, e a determinare più esattamente il posto che gli compete nella storia
dell'architettura italiana di questo secolo.
>Tuttavia si può affermare che
Antonelli è stato maestro a se stesso, ed è il solo degli architetti italiani
che, formatosi nell'epoca in cui tutti giuravano per il greco ed il romano, ha
saputo dare alle opere sue una impronta di personalità potentissima, e formarsi
in architettura un sistema, direi uno stile, tutto proprio. Nel suo sistema, il
muro non esiste altrimenti che come mezzo di chiusura e di riparo; il sostegno e
la solidità della fabbrica è tutta raccomandata a pilastri, che danno punti di
appoggio principali, ad archi, i quali formano a loro volta il contrasto dei
pilastri, offrono nuovi punti di appoggio quando occorrono, e reggono le vôlte;
l'ordine e l'equilibrio governano ed armonizzano tutte le masse della fabbrica,
un complesso di tiranti invisibile, immerso nella massa delle murature stesse,
ne completa la solidità, l'invariabilità del sistema meccanico.
A partire dal modo di pensare un progetto e tradurlo in linee, alle manovre, ai ponti di servizio ed altri mezzi d'opera, alla formazione delle fondamente e delle strutture dei piedritti, all'apparecchio delle vôlte, ai modi di impiego e collegamento del ferro, alla struttura e tracciamento delle scale, al sostegno ed alla formazione della copertura, all'uso delle pietre e dei marmi, all'esecuzione degli infissi di porte e finestre, degli arredi e ai più piccoli particolari dell'uso e della decorazione, al tipo ed alla distribuzione planimetrica ed altimetrica dell'edifizio nelle sue varie specie, alla verità, razionalità del sistema estetico sempre ricavato ed intimamente connesso alla verità e bontà del sistema costruttivo, in tutto ciò insomma che riguarda l'arte dell'architetto, Antonelli ha sistemi, procedimenti e convincimenti suoi particolari, che prima si presentiscono, si intravedono, si iniziano nelle sue fabbriche più antiche, e poi gradatamente si accentuano, si sviluppano a un rigore scientifico in quelle che vengono dopo.
Molti processi di costruzione, alcune disposizioni della casa che Antonelli fu il primo ad inventare o ad introdurre in Torino ora sono di uso generalizzato non solo a Torino, ma in altri luoghi d'Italia, e più segnatamente a Roma; alcuni poi dei suoi procedimenti sono così originali, così ingegnosi che vorrebbero essere battezzati col suo nome.
E molto accettato e messo in giro un giudizio
stereotipato sul conto di Antonelli con cui si fa il maggiore elogio del suo
talento costruttivo e si aggiungono tosto le più grandi riserve sulla bontà del
suo gusto, sul valore del sistema estetico delle sue fabbriche; gli si fa da
qualcuno anche rimprovero di avere fatto quasi esclusivamente uso di forme
elementari decorative od estetiche ricavate dai monumenti dell'arte greca e
dell'arte romana. Ma si andrebbe troppo per le lunghe se si volesse discutere
questi punti.
Comunque sia, sta pur sempre il fatto che Antonelli ha veduto i
lavori di tre generazioni di architetti, che sotto i suoi occhi si sono
succedute e rinnovate le scuole, i sistemi e gli ideali dell'arte più
universalmente accetti, che mentre le sue fabbriche furono oggetto di critiche
ed opposizioni senza fine, egli non di meno sereno, costante, inflessibile ha
sempre camminato verso una meta, le sue fabbriche sono altrettante pietre
miliari della medesima strada percorsa, e tutte segnano nuove conquiste, nuovi
passi nello svolgimento e nel perfezionamento del suo sistema. Sul conto di
Antonelli non hanno ancora detto l'ultima loro parola né i suoi avversari, né i
suoi ammiratori, mentre non è ancora escluso che le sue idee e le sue opere
siano per divenire il germe vivificatore di nuovi progressi dell'architettura
italiana. C. Caselli Tratto dal Libro "Alessandro Antonelli nel suo Territorio"
1988
[ Torna all’inizio della pagina ]
Web Master P.I. Michele Marucco e-mail: webmaster@comune.maggiora.no.it